Calcisticamente parlando

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Nella foto: Del Piero mentre calcia un feto abortito. 

Perché il calcio in Italia è così stimato e apprezzato? Non dico che non mi piaccia, anzi, ma trovo che qui nella nostra bella (haha) penisola si tenda a esagerarne le virtù. E i media spesso e volentieri propendono a dargli un po’ troppa importanza, del tipo che, in un’eventuale classifica dei cinque argomenti più trattati da tv e giornali, il calcio arriverebbe al terzo posto, dopo Berlusconi e il Papa. (Il quarto posto è per l’intrallazzo sessuale della mignottina di turno, vedi Manuela Arcuri o Elisabetta Canalis, il quinto invece è assegnato all’extracomunitario che ha combinato qualcosa che non va.)

Comunque sia, nel mio caso, ho un padre che ha alle spalle una carriera calcistica di livello medio (tranquilli, non sono il figlio di Roberto Baggio. Uh, che colpo basso per i suoi fan.) Inoltre, mio fratello è un devoto discepolo della calcio-mania che infiamma i cuori dei maschi italiani. Per farla breve, è da quando sono bimbo che continuo a sentir parlare di pallone ogni giorno e a notare che la tv in salotto è sempre sintonizzata su una partita di calcio.

Non ha importanza quali siano le squadre in campo, il calcio è calcio”, come ebbe a dire una volta mio padre. Sì ma che cazzo, stiamo guardando Cameroon contro Trinidad e Tobago, replicai io. Dall’occhiata che mi lanciò il severo genitore capii che avevo appena perso una congrua parte della mia futura eredità.

Comunque sia. A onor del vero, devo ammettere che a dieci anni ebbi una breve esperienza con il mondo del pallone: io e un mio amico decidemmo di entrare a far parte di una squadra. Ho detto decidemmo? Scusate, volevo dire che decise la mia famiglia. Il mio amico venne a giocare con me solo su mia esplicita richiesta. Ho detto richiesta? Volevo dire supplica. Nonostante tutto, gli allenamenti furono un’esperienza positiva e stimolante: imparai mille diverse scuse convincenti per svignarmela e andarmi a bere un po’ d’acqua, mentre gli altri trotterellavano sotto il sole. Cristo, che volpe che sono.

Ma se agli allenamenti non brillavo per l’impegno, posso serenamente dire che durante le partite non facevo un benemerito cazzo. L’allenatore si sgolava per dirmi “stai attaccato all’uomo, stai attaccato all’uomo”; io facevo un cenno d’assenso col capo e mi fermavo per allacciarmi gli scarpini. Nel frattempo, il mio uomo filava indisturbato verso il suo secondo gol personale.

Oppure, nella maggior parte dei casi, mi lanciavo in discussioni animate con il mio amico (che giocava in difesa con me) su argomenti quali Tekken 3, le enormi tette di Lucia, la nostra compagna di classe (ciao Lucy, salutami le bocce), o cercavo di convincerlo a donarmi vari pezzi della sua famosa collezione di Dylan Dog. (A dieci anni, i Dylan Dog erano quasi un fumetto porno ai miei occhi: donne nude che vanno a letto con l’eroe, oh mamma!) Nel corso di queste concitate discussioni sia io che il mio amico perdevamo di vista il senso della nostra presenza in campo, causando carrettate di gol da parte degli attaccanti avversari che sabato dopo sabato affossavano la nostra misera squadretta sempre più giù nella classifica.

Terminammo la stagione calcistica in penultima posizione, e ancora oggi posso tranquillamente dire che io feci la mia parte. Ricordo che fu in quell’anno che mio padre minacciò di voler fare un test di paternità.

Calcisticamente parlandoultima modifica: 2008-07-27T20:46:49+02:00da eric-devor
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