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La ragazza del mio amico

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“Odio i negri”. Queste furono le prime parole che mi disse la nuova ragazza del mio migliore amico. Me l’aveva presentata dopo due mesi che gli rompevo i coglioni, pregandolo affinché mi facesse conoscere questa fantomatica nuova fiamma che, parole sue, gli aveva “rubato il cuore”.

“Haha, per fortuna sono di razza ariana. Piacere, io sono Faina” risposi, cercando di risponderle con una battutina, giusto per spezzare il ghiaccio. Lei non si degnò di rispondere.

Il mio amico ci osservò preoccupati: non era la prima volta che io e le sue varie fidanzate finivamo per litigare e scoprire di odiarci mortalmente. Comunque sia, cercai di fare buon viso a cattivo gioco.

“Che ne dite, andiamo a farci una pizza?” chiesi io, nella maniera più cortese possibile. Il mio amico annuì, chiaramente sollevato. La sua ragazza mi scrutò come se fossi una merda attaccata a una scarpa.

“Tua madre dev’essere una gran puttana” mi disse. Udii distintamente il mio amico che reprimeva un gemito. Cercai di rimanere calmo e non perdere le staffe.

“Mi dicono che abbia imparato il mestiere dalla tua” risposi io, accorgendomi subito del mio errore.

“Scusami, non volevo essere scortese. Ricominciamo da capo: piacere, sono Faina” dissi io, e le tesi la mano sfoderando un gran sorrisone.

“Spero che tu muoia di cancro” fu la sua risposta.

“Al pancreas, come quello che sta ammazzando tuo padre?” le risposi.

Cazzo, non ero capace di trattenermi dal risponderle male. Dovevo controllarmi. Nonostante l’evidente maleducazione della ragazza del mio amico, dovevo cercare di essere il più disponibile possibile, così da non ferire i sentimenti di nessuno dei due.

Avrei dovuto comportarmi bene e sopportare pazientemente le frecciatine velenose che la ragazza avrebbe potuto lanciarmi.

“Sei uno sfigato di prima categoria e una patetica imitazione di uomo”, mi disse.

“Che coincidenza, sono le stesse parole che tua madre ha detto a tuo padre prima del loro matrimonio riparatore”, risposi.

“Testa di cazzo”, disse lei.

“Baldracca appestata”, replicai.

“Stupido ignorante” affermò lei.

“Scimmia pelosa”, ribattei.

Con la coda dell’occhio vidi che il mio amico stava sbiancando a aveva iniziato a tremare. “Sei la cosa più insignificante e superflua che l’umanità abbia mai conosciuto, disse lei.

“Stai parlando di me o del tuo cervello?”, chiesi io.

“Pezzo di merda”, affermò lei.

“Aborto malriuscito”, dissi io.

“Tuo padre è culattone!” mi urlò in faccia lei.

“L’importante è che non sia pedofilo come il tuo!” esclamai.

“Sei senza il cazzo!”

“Mi è rimasto incastrato nel culo di tua mamma!”

“Mezza sega!”

“Tua sorella la fa per dieci euro!”

“Cervello di gallina!”

“Cervello di gallina handicappata!”

“Stronzo!”

“Ma non è il tuo cognome?”

“Hai un pezzo di merda al posto del cazzo!” disse lei. Questa me la scrivo, pensai io.

“E tu hai le mestruazioni nel cervello!” risposi.

“I tuoi genitori pensano che sei un idiota!” urlò lei.

“I tuoi se ti vedono per strada non ti salutano neanche!”

“La tua faccia fa ribrezzo!”

“Sono le parole che ti ha detto tua mamma dopo averti partorita”

“Sei inutile”

“E’ quello che pensa ogni giorno Dio su di te”

Notai che il mio amico stava ansimando, incapace di credere a quello che stava succedendo.

“Sei.. sei.. la cosa..” balbettò lei.

Capii di avere vinto.

“Sei rimasta a corto di insulti, troia?” le chiesi.

Lei non rispose, si limitò a chinare la testa. Vidi lacrime silenziose scenderle delicatamente lungo le guance.

“Che ti ho fatto di male? Perché mi insulti in questo modo?” singhiozzò lei. Il mio amico corse da lei ad abbracciarla.

“Tranquilla, tesoro, tranquilla è tutto finito..”

“Perché Faina mi odia? Che cosa gli ho fatto di male?” mormorò lei, e continuò a piangere rumorosamente.

“Tranquilla piccola mia, tranquilla.. ora Faina se ne va via e non ti darà più fastidio..” le sussurrò il mio amico. “Vero che te ne vai, Faina?” chiese il mio amico, fulminandomi con gli occhi.

Io annui col capo e mi incamminai lentamente, lasciandoli abbracciati, a guardarmi in cagnesco mentre mi allontanavo. Passo dopo passo, lontano da loro, cacciato ingiustamente, costretto a fuggire via nella notte come un ladro.

“Così impari a insultare la gente!” la sentii urlare.

Mi girai a fissarla, ancora stretta tra le braccia del mio amico, che mi fissava con uno sguardo carico d’odio, la bocca contratta, gli occhi accusatori.

Le sorrisi.

“Vagina sfondata!”