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Figliolo, un giorno tutta questa merda sarà tua

C’è un ragazzino, qui vicino a me, mentre scrivo. E’ il figlio di mia cugina. Ha tre anni. Sta giocando con un mostro di plastica blu. Sembra che se la stia godendo.

 

Io coi bambini piccoli non riesco proprio a interagire. Tutti quanti appena vedono un moccioso iniziano a fare facce buffe o giocarci o a parlargli lentamente e con tono allegro.

 

O a riempirlo di attenzioni e vezzeggiativi: “Caro”, “Tesoro”, “Cucciolo”, “Bello di mamma”, “Piccolo”, “Giuggiolino”.

Dio, sembra che stiano parlando con un cazzo di cane handicappato.

 

Io no, non riesco a fare certe cose. Mi sembra stupido sprecare tempo a interagire con un essere che non capisce quello che dico.

 

Se fossi sicuro che potesse capirmi, capirmi fino in fondo, allora forse gli parlerei. Qualcosa da dirgli ce l’avrei.

 

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Gli direi che si diverta finchè è piccolo. Che se la goda come un bastardo. Che non risparmi mai le energie, che si impegni a giocare dalla mattina fino alla sera.

 

Gli direi che un giorno qualcosa cambierà drasticamente e finiranno i bei tempi in cui tutto quello che serviva per andare avanti era correre dalla mamma a lamentarsi, fiduciosi che lei avrebbe risolto tutto.

 

Gli direi che un giorno scoprirà l’ansia e la paura di deludere i genitori, i parenti, gli amici, i compagni di classe.

 

Gli direi che un giorno il giudizio della gente conterà e quindi dovrà smetterla di fare quel cazzo che vuole e dovrà iniziare a comportarsi secondo certe regole stabilite. A meno che non voglia finire in galera per atti osceni in luogo pubblico, o roba simile.

 

Gli spiegherei che le ragazze gli stravolgeranno la vita e gli bruceranno il cervello. Gli insegnerei che imparerà ad odiarle e a disprezzarle dal profondo del cuore, e che dovrà trattarle male per riuscire a sopravvivere, ma che loro avranno sempre una cosa con cui si faranno perdonare tutte le porcate che gli rifileranno.

 

Gli direi che un giorno uno dei suoi genitori morirà e che lui non potrà farci niente. Ma a questo non riuscirà mai a credere veramente, almeno fino a che non succederà davvero.

 

Gli farei capire che per andare avanti senza venire schiacciato dovrà imparare a farsi rispettare, perché la gente è cattiva per natura. Gli direi che dovrà imparare a essere malizioso, bugiardo, arrogante. Porgere l’altra guancia è il metodo migliore per finire inchiodati su una croce a morire come dei coglioni.

 

Gli spiegherei che provare pena per qualcuno non è sbagliato, fa parte della natura umana, che è imperfetta e contraddittoria, ma che non dovrà lasciarsene trasportare troppo, o finirà per farsi fregare.

 

Gli direi che nella vita conoscerà una marea di persone, ma che solo con una manciata di loro riuscirà ad avere un rapporto sincero. Con le altre, invece, non potrà mai aspettarsi di arrivare oltre a un certo punto.

 

Gli insegnerei che dovrà imparare a contare solo su sé stesso, senza poter chiedere aiuto. Gli direi che arriveranno giorni in cui dovrà affrontare certe situazioni di merda di cui non potrà parlare a nessuno, e che sarà faticoso. Molto.

 

E gli direi che per resistere a uno stress del genere si ritroverà a cercare sollievo nel sesso o nelle droghe o in qualsiasi altra cosa che possa procurargli un piacere facile senza spenderci sopra troppa fatica.

 

A meno che, ovviamente, non voglia arrendersi e gettarsi sul letto con la faccia affondata nel cuscino a frignare e lamentarsi come una fottuta puttana di ragazzina mestruata.

 

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