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Festival di Sanremo, ovvero: Perchè la musica italiana ha perso la dignità.

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Hai pagato il canone, stronzo?
Ecco chi conduce il festival di Sanremo.

 

Il festival di Sanremo. Cosa dire?

Beh, per esempio, che Laurenti starà guadagnando sul mezzo milione di euro, grazie alla sua innata capacità di assumere espressioni da idiota e di possedere una voce stridula alquanto ridicola che scatena ilarità nel pubblico.

Se quest’anno hai pagato il canone, sappi che ti odio. Laurenti sta prendendo più soldi di quanti ne potrai mai guadagnare tu in una vita, e lo stai pagando con il tuo stipendio! Gli hai regalato un centinaio di euro per vederlo strabuzzare gli occhi quando passa una gnocca e per sentirlo battibeccare con Bonolis recitando la parte del finto idiota!

Non che Bonolis sia meglio. Per carità, un bravo conduttore, ma per il resto è una testa di cazzo, un pomposo ruffiano paraculo.

Ieri sera uno degli ospiti d’onore era Kevin Spacey. Mio dio, Bonolis l’ha intervistato: mi sono venuti i brividi sul cazzo. Mai vista una cosa così patetica, superflua, costruita.

Non nego che lo show funziona così, di certo non pretendevo chissà che intervista seria, ma sentire Bonolis che pone domande in un misto di romanesco e di inglese stentato mi ha provocato un ascesso al cervello. Perché, perché prendere un attore bravissimo pluripremiato e sbatterlo su un palco solo per fargli fare la scimmietta ammaestrata? Noi italiani dobbiamo sempre farci riconoscere: patetici, facciamo le cose alla cazzo di cane, badiamo più alla forma che alla sostanza.

E’ stato incredibile veder Bonolis recitare la parte del vecchio amicone con Spacey, mentre leggeva i nomi dei film che gli hanno fatto vincere l’Oscar con la faccia di uno che non li aveva mai visti in vita sua. E Spacey annuiva, sorrideva, si vedeva che non capiva nemmeno la metà di quel cazzo che stava farneticando l’idiota con gli occhiali davanti a lui.

Ma passiamo ai cantanti, no?

Al Bano, Felicità è un bicchiere di vino con un panino. Dolcenera, la tizia che viene ricordata più per il fatto che si mette due chili di matita nera attorno agli occhi che per la sua abilità canora. Patty Pravo, ancora avvolta nelle bende funerarie egizie. (Vi sta venendo un leggero senso di nausea?)

Marco Carta. CHII??? Un tizio che ha vinto Amici di Maria De Filippi. Afferrato il concetto? Un giovane fighetto che grazie al suo aspetto da bravo ragazzo ha ottenuto abbastanza voti da casa da ragazzine decerebrate che gli hanno permesso di vincere un fastidioso programma tv il quale gli ha “spalancato” le “porte del successo” permettendogli di poter cantare la sua misera canzoncina stereotipata a Sanremo, intitolata “La forza mia”, che parla, indovinate un po’, d’amore. Uao.

Pupo, Pupo, capite? Pupo, lo stronzo del gioco dei pacchi. Iva Zanicchi, il prezzo è giusto, quarant’anni per gamba. Tricarico, il maestro delle canzoni prive di senso ma orecchiabili, e tanto basta per farlo diventare famoso. I Gemelli Diversi, Cristo Iddio, i Gemelli Diversi, che Dio mi fulmini e incenerisca le mie fottute orecchie!

Questi sarebbero alcuni dei grandi nomi della musica italiana? Preferisco ascoltare mio cugino di tre anni che picchia sul muro con un mestolo per qualche ora.

Il festival di Sanremo è il funerale della musica italiana.

Prendiamo, ad esempio, alcuni significativi dati anagrafici dei cantanti in gara.

Fausto Leali, classe 1944.

Iva Zanicchi, classe 1941.

Al Bano, classe 1943.

Patty Pravo, classe 1948.

Sento puzza di muffa.

Si può anche notare che quattro dei sedici brano in gara hanno l’amore insito nel titolo: “L’amore è sempre amore” di Al Bano, “Il mio amore unico” di Dolcenera, “Non riesco a farti innamorare” di Sal Da Vinci, “Ti voglio senza amore” di Iva Zanicchi. Uao, uao, uao. Siamo un popolo di romanticoni noiosi.

Che pena. Davvero, davvero penoso. Un circo dalla durata spropositata dove ci si ficca di tutto e di più, nella vana speranza di dare un tono di classe all’intera faccenda. Una sfilata di canzoni insulse, noiose, già viste, e di cantanti e “celebrità” della musica che andavano di moda trent’anni fa e che ora vivono di rendita, sfruttando fino al midollo il successo che garantisce il loro prestigioso nome.

Ci fosse almeno una valletta figa.